Avere molti ETF significa essere davvero diversificati?
Data pubblicazione: 06 settembre 2026
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Negli ultimi anni gli ETF sono diventati strumenti sempre più presenti nei portafogli degli investitori. Costi generalmente contenuti, trasparenza e possibilità di accedere con un singolo strumento a centinaia, o addirittura migliaia, di società rappresentano caratteristiche certamente interessanti. Da qui nasce però una convinzione che merita qualche riflessione: “Se possiedo molti titoli attraverso diversi ETF, allora il mio patrimonio è necessariamente ben diversificato.
”Non è sempre così. Perché esiste una differenza importante tra diversificare gli strumenti e diversificare realmente i rischi. 500 società significano 500 rischi diversi? Prendiamo come esempio uno degli indici più conosciuti al mondo: l'S&P 500. Acquistare un ETF che lo replica significa esporsi a circa 500 grandi società statunitensi. A prima vista potrebbe sembrare una diversificazione estremamente ampia. Ma gli indici ponderati per capitalizzazione non attribuiscono lo stesso peso a ciascuna società. Le aziende con maggiore capitalizzazione incidono maggiormente sull'andamento complessivo dell'indice. Negli ultimi anni la crescita delle grandi società tecnologiche americane ha quindi determinato una maggiore concentrazione dell'indice nelle aziende più grandi. Di conseguenza, possedere centinaia di società non significa necessariamente che ciascuna contribuisca allo stesso modo al rischio e al rendimento del nostro investimento. Il numero dei titoli è soltanto una parte della storia.
E se aggiungessimo un ETF globale? Potremmo pensare: “Nessun problema. Al mio ETF americano aggiungo un ETF azionario globale e aumento la diversificazione.” Il ragionamento è intuitivo. Ma bisogna guardare cosa contiene realmente il secondo strumento. Molti grandi indici azionari globali hanno una componente statunitense significativa. Questo può portare alcune delle società già presenti nell'ETF americano a essere nuovamente presenti nell'ETF globale.
Il risultato? Possiamo avere due strumenti diversi nel dossier titoli, ma una parte delle esposizioni sottostanti può sovrapporsi. Abbiamo aggiunto un ETF. Non necessariamente abbiamo aggiunto altrettanta diversificazione.
Lo stesso problema può presentarsi con i mercati emergenti. Supponiamo di aggiungere anche un ETF sui mercati emergenti. Stati Uniti, mondo ed emergenti. Tre strumenti. Tre aree apparentemente differenti. Ma anche in questo caso è importante andare oltre il nome riportato sull'ETF. Un indice dei mercati emergenti può presentare concentrazioni significative in alcune economie asiatiche e in grandi aziende appartenenti, per esempio, ai settori tecnologico e dei semiconduttori. Potremmo quindi ritrovarci con un portafoglio composto da moltissime aziende ma ancora fortemente sensibile ad alcuni grandi temi economici e finanziari. Tre ETF, migliaia di titoli. Ma quanti rischi? È questo il passaggio che considero più interessante.Immaginiamo un portafoglio composto da:
- un ETF sull'S&P 500;
- un ETF azionario globale;
- un ETF sui mercati emergenti.
Guardando semplicemente il numero delle società presenti nei tre strumenti potremmo avere l'impressione di possedere un patrimonio straordinariamente diversificato. Ma analizzandolo più profondamente potremmo scoprire esposizioni che si ripetono o rischi maggiormente concentrati di quanto immaginassimo. Per capire davvero un portafoglio occorre quindi osservare diverse dimensioni: geografie, settori, singole società, valute, stili di investimento, fattori di rischio e correlazioni tra le diverse componenti. È il loro insieme a raccontarci come potrebbe comportarsi il patrimonio in differenti scenari di mercato. Questo significa che gli ETF sono strumenti troppo rischiosi? No. E credo sia importante sottolinearlo. Il problema non è l'ETF. Un ETF è uno strumento. Può essere utilizzato all'interno di una strategia estremamente diversificata oppure all'interno di un portafoglio molto concentrato. Esattamente come molti altri strumenti finanziari. Allo stesso modo, questa riflessione non vuole essere una contrapposizione tra gestione attiva e gestione passiva. La questione viene prima. È una questione di costruzione del portafoglio. Il rischio consapevole è diverso dal rischio inconsapevole. Un investitore potrebbe decidere consapevolmente di avere una forte esposizione alle grandi aziende tecnologiche americane. Potrebbe essere perfettamente coerente con i suoi obiettivi, con il suo orizzonte temporale e con la sua propensione al rischio. Il punto non è eliminare qualsiasi concentrazione. Il punto è sapere che esiste. Perché c'è una differenza enorme tra assumersi un rischio dopo averlo analizzato e scoprirlo soltanto quando i mercati attraversano una fase difficile. Ed è probabilmente qui che emerge uno degli aspetti più importanti della pianificazione finanziaria. Non chiedersi soltanto:“Quali strumenti possiedo?” Ma:“A quali rischi è realmente esposto il mio patrimonio?”
Una domanda da fare al proprio portafoglio. Quando guardiamo i nostri investimenti vediamo nomi, codici ISIN, percentuali e controvalori. Ma dietro ognuna di quelle righe ci sono aziende, Paesi, settori, valute e fattori economici. Per questo, quando abbiamo diversi ETF in portafoglio, può essere utile porci una domanda apparentemente molto semplice: Quante volte sto comprando, sotto nomi diversi, lo stesso rischio? La vera diversificazione non consiste necessariamente nell'avere più strumenti. Consiste nel comprendere come quei diversi strumenti lavorano insieme. Perché un portafoglio ben costruito non dovrebbe essere soltanto diversificato sulla carta. Dovrebbe esserlo nei rischi che realmente stiamo assumendo.
Antonio Rivetti
Consulente finanziario
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